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Congresso Nazionale Siracusa Relazione del S.N. Marcello Matera
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UNITA’ PER LA COSTITUZIONE

 

CONGRESSO NAZIONALE DI SIRACUSA 15/17 MAGGIO2009

 

Relazione del Segretario Nazionale Marcello Matera

 

                                       

 

 

Il 17 e 18 marzo di trent’anni fa si costituiva Unità per la Costituzione intorno ad alcuni punti programmatici particolarmente significativi:

il riferimento costante e puntiglioso alla Costituzione repubblicana, ai suoi valori di democrazia antifascista, con particolare riferimento alla collocazione che essa dà alla funzione giudiziaria”;

il perseguimento costante dell’autonomia del potere giudiziario dagli altri poteri dello Stato, sia attraverso il ruolo istituzionale del CSM, sia attraverso il continuo impegno dell’ANM, in modo da essere soggetti e non oggetto di una qualsivoglia politica giudiziaria”;

il rispetto costante del pluralismo culturale, sociale e politico, perché la magistratura possa trovarvi continui stimoli di conoscenza e di partecipazione alla complessa trasformazione della società, senza necessità, però, di “schieramento” in una delle tante posizioni che stanno dentro e formano dialetticamente il pluralismo”;

il senso forte della categoria dei magistrati, al di fuori di ogni prospettiva corporativa e nella consapevolezza di essere ad un tempo uno dei poteri fondamentali dello Stato e i rappresentanti di un’essenziale istituzione del Paese”.

Ho vissuto quelle giornate esaltanti da giovanissimo magistrato destinato ad una funzione di pretore mandamentale (figura ordinamentale consegnata, ahimè, ai ricordi della storia), ad una funzione monocratica che, oggi, con l’attuale Ordinamento Giudiziario, non sarebbe più consentita.

Ripercorrere quella fase storica, verificare quanto sia assolutamente attuale quel messaggio culturale, avvertire tutto l’onere di essere oggi l’interprete di un pensiero che si sta sviluppando attraverso gli anni in una realtà in continua trasformazione, mi trasmette sentimenti di emozione e di orgoglio particolarmente intensi.

 

Voglio qui ricordare un punto molto significativo del documento fondativo:

“La funzione di garanzia imparziale che caratterizza la giurisdizione è stata affidata dal costituente alla magistratura come ordine autonomo, in una visione dialettica dei rapporti fra le istituzioni democratiche e le loro funzioni specifiche. L’indipendenza della magistratura, sia interna che esterna, è condizione perché la sua funzione di controllo di legalità possa svolgersi anche nei confronti di ogni altro potere, pubblico e privato, in modo da tutelare pienamente le libertà individuali e collettive, nel quadro dei valori e nelle forme sancite dalla Costituzione”.

A nessuno può sfuggire l’attualità e la modernità di questo messaggio!

 

La mia più che una relazione vuole essere un contributo alla riflessione ed al ragionamento.

Questo è il momento per tutti noi delle assunzioni di responsabilità, seguendo percorsi che privilegiano valori collettivi e non interessi personali e/o settoriali.

Vuole essere, anche, magari attraverso la provocazione, una proposta per quella Politica migliore (che pure è ben viva in questo Paese) che abbia piena consapevolezza che i principi scritti in Costituzione, tra i più avanzati nelle democrazie occidentali, sono presidio per la realizzazione di una effettiva uguaglianza tra tutti i cittadini, e che possono trovare attuazione solo attraverso la pratica “in concreto” della leale collaborazione tra le istituzioni.

 

 

Il contesto politico.

L’ultimo Congresso di Unità per la Costituzione si è celebrato nell’ottobre del 2007. all’indomani, cioè, dell’entrata in vigore del nuovo Ordinamento Giudiziario.

Già allora abbiamo segnalato l’impatto assolutamente innovativo della Riforma ( abbiamo parlato in proposito di una sorta di “rivoluzione copernicana”), dalle implicazioni imprevedibili anche per il sistema democratico del Paese.

Già allora erano, infatti, evidenti i rischi insiti nella logica “bipolare”, tipica della cd. democrazia dell’alternanza imposta dal sistema elettorale maggioritario, rischi, cioè, di ridefinizione della rappresentatività e dell’azione politica, della complessiva tenuta dello Stato di diritto e del delicato rapporto tra i  suoi Poteri.

Quanto è accaduto da allora rende ancora più chiaro il quadro che si sta delineando.

Il cambio di maggioranza di Governo, la annunciata, ed in alcuni casi praticata, volontà di ridefinire gli assetti dello Stato, hanno posto in evidenza tutta la complessità  del sistema della “democrazia dell’alternanza”, per definizione in bilico tra continuità e discontinuità di linea politica.

Ci sembra chiaro che il contesto politico di oggi è fortemente caratterizzato dalla ridotta incidenza dei partiti politici, come li abbiamo conosciuti quali tradizionali luoghi di elaborazione e di confronto.

In particolare, il sistema elettorale ha prodotto un Parlamento di “nominati” e non di “eletti”, mettendo in crisi così un trasparente principio di partecipazione democratica!

E l’ultima evidente conseguenza negativa è stata quella di intere fascie sociali e aree politiche senza spazio di rappresentanza istituzionale.

Sembra quasi esser messo in crisi (o, forse più propriamente, in discussione) il “pensiero organizzato”, come logica alternativa alla proposta del “pensiero unico”.

Si avverte continuamente la sensazione di una sorta di involuzione democratica verso una direzione “oligarchica”, attraverso la riduzione fino all’annullamento degli spazi di dialogo e di confronto, che rende sempre più verosimile la prospettiva di una deriva autoritaria ( felicemente definita da qualche autorevole commentatore come “deriva bonapartista”).

Quanto fin qui detto, per esempio, è apparso fin troppo chiaro in occasione della triste vicenda che ha accompagnato il cd. caso Englaro.

Tutti abbiamo assistito allo strappo istituzionale che ha interessato temi sensibili quali quelli relativi alla decretazione d’urgenza da parte del Governo, al principio della separazione dei Poteri ed al ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica, agli effetti concreti di una decisione definitiva della magistratura.

Ma ciò che ha più colpito è stato il messaggio che si è mandato al Paese secondo il quale le sedi istituzionali della democrazia parlamentare possono esser ridotte a vuoti simulacri.

 

In tale contesto diventa indispensabile, per quel che ci compete, ricercare un punto di equilibrio , in un credibile sistema di garanzie e di controllo, al fine di un corretto funzionamento della democrazia dell’alternanza.

E per noi il punto di equilibrio è da ricercare nei principi della Carta costituzionale, che possono e devono essere salvaguardati attraverso la “terzietà” del giudice.

In questo senso l’autonomia della magistratura e l’indipendenza dei suoi protagonisti, sono “garanzia” di uguaglianza tra tutti i cittadini, e sono fisiologico antidoto alla “dittature” delle maggioranze contingenti.

Ancora una volta ricordiamo che la Magistratura, allo stato, è l’unico potere composto da soggetti la cui nomina sfugge alla politica.

Ed ancora vogliamo ricordare che la magistratura non deve essere ed apparire come oppositore o collaborazionista politico.

E’ nel processo, e soltanto in esso, che il giudice si manifesta, con l’unico strumento che gli compete, cioè l’interpretazione e l’applicazione della legge!

La strada della Democrazia, sempre in salita, è faticosa e richiede la buona volontà e l’impegno di tutti coloro che hanno responsabilità istituzionali, senza lasciarsi prendere la mano da comode e suggestive “scorciatoie”.

Il metodo del dialogo si impone maggiormente nella fase storica dei bruschi scossoni della “discontinuità” politica.

Il sistema bipolare impone la ricerca di razionalità e di stabilità, nonché il funzionamento di un efficace sistema di controlli.

Da qui la necessità di rendere effettivo il meccanismo costituzionale così delicato della funzione giurisdizionale, del sistema del governo autonomo della magistratura, dell’esercizio indipendente dell’azione penale.

 

 

Il nuovo Ordinamento Giudiziario

La mobilità

Le ricadute dell’Ordinamento Giudiziario varato nel luglio del 2007 non possono che esser lette in questo quadro generale.

Il primo dato che emerge è quello incidente sulla mobilità dei magistrati sul territorio.

La vicenda relativa all’espletamento dell’ultimo concorso per uditori giudiziari, il progressivo irreversibile svuotamento degli uffici di Procura nel quadro normativo del “divieto” di assegnazione ad uffici inquirenti dei nuovi magistrati in tirocinio, la previsione dell’art. 23 del ddl. per la riforma del processo penale, che incide sulla copertura delle sedi disagiate, sono tutti segnali chiari di una volontà politica orientata per un sistema di reclutamento attraverso concorsi separati tra giudicanti e requirenti.

A proposito  del divieto di destinazione degli uditori giudiziari a funzioni inquirenti, voglio essere molto chiaro.

L’ostinazione dell’attuale maggioranza a non voler rivedere la norma in questione è veramente incomprensibile.

La verifica dell’irrazionalità della norma, delle evidenti disastrose ricadute sull’intero sistema, dovrebbe indurre ad un responsabile ripensamento legislativo.

Quando le norme non funzionano, o funzionano male,dovrebbero essere cambiate!

Insistere nell’errore, magari solo perché commesso da altra diversa maggioranza politica,è irresponsabile ed indice di scarsa sensibilità istituzionale.

Il disciplinare

Un secondo spunto di riflessione emerge dal nuovo sistema disciplinare, con l’introduzione della iniziativa cd. cautelare da parte del Ministro della Giustizia, iniziativa che spesso si presenta con inevitabili implicazioni politiche.

Invero, l’esercizio da parte del Ministro di una richiesta di rimozione in via cautelare di magistrati nel pieno dell’esercizio della loro funzione giurisdizionale, non può che incidere sulla labile linea di confine dei rapporti tra il Potere Esecutivo e quello Giudiziario.

Si tratta, infatti, di iniziative che, riducendo sostanzialmente i poteri del Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, sono sempre al limite tra l’esigenza disciplinare in senso tecnico e l’intervento di natura politica.

Mentre le iniziative del Procuratore Generale in materia sono con riferimento alle fattispecie di illecito disciplinare previste, a nessuno può sfuggire che le valutazioni e le iniziative del Ministro risentono (e non potrebbe essere diversamente) dell’uso discrezionale dell’opportunità , che appartiene per definizione ad ogni organo che ha responsabilità politiche.

La sovrapposizione di profili di “opportunità politica” a profili di legittimità, contribuisce non poco ad alimentare la confusione già di per sé grande nel rapporto magistratura-politica.

Le Procure della Repubblica.

Altro significativo impatto è stato prodotto dalla prevista organizzazione delle Procure della Repubblica in direzione verticistica e gerarchica, che di fatto contrae fortemente l’esercizio del potere diffuso della giurisdizione.

Gerarchizzazione che potrebbe essere ulteriormente accentuata dalla preannunciata introduzione dell’art. 291 bis nel codice di procedura penale, con la previsione dell’inammissibilità per le domande cautelari prive dell’assenso del Procuratore capo.

A tal proposito, preoccupano notevolmente le iniziative legislative destinate a comprimere di fatto le prerogative di un indipendente esercizio dell’azione penale da parte del Pubblico Ministero, sia attraverso il ridimensionamento del suo ruolo nelle indagini con lo sganciamento della Polizia Giudiziaria dalle sue direttive, sia attraverso il depotenziamento dell’efficacia dei principali strumenti di investigazione a sua disposizione con il ddl. sulle intercettazioni telefoniche.

In questa sede non possiamo non denunciare con estrema chiarezza che l’eventuale sganciamento della polizia giudiziaria dal coordinamento del pubblico ministero, significa voler affidare l’esercizio dell’azione penale al Potere Esecutivo.

Sempre in tema di pubblico ministero, credo che oggi la questione non sia più quella del suo assetto ordinamentale.

La questione di fondo, sulla quale anche la magistratura deve fare la sua parte, è quella legata all’esercizio dell’azione penale.

Del resto, in presenza di norme ordinamentali che hanno già di fatto reso fortemente impraticabile il “passaggio” di funzioni, tutta l’attenzione si sposta sul controllo dell’esercizio dell’azione penale.

Solo in questo senso ci sembra possano esser lette tutte le iniziative (sia di maggioranza che di opposizione, per la verità) tendenti a ridefinire il coordinamento della polizia giudiziaria da parte del pubblico ministero, ovvero tendenti a risolvere il delicato tema delle cd. “scelte di priorità” nell’esercizio dell’azione penale, che la politica vorrebbe trasferire a quel Potere legislativo oggi composto da “nominati” e non da “eletti”.

Anche la scelta delle priorità, a nostro avviso, rientra nel potere diffuso della giurisdizione sul territorio, previsto e tutelato dalla Costituzione dall’art. 102, quale corollario ineludibile del principio di effettiva uguaglianza tra tutti i cittadini previsto dall’art. 3.

Il problema dello svuotamento degli uffici di Procura è concreto, drammaticamente serio, ed anche da parte nostra va ricercata una proposta di soluzione.

Riteniamo che siano necessari interventi articolati su piani diversi.

Sul piano legislativo, come detto, ovvio sarebbe rimuovere la norma del divieto di destinazione degli uditori giudiziari agli uffici inquirenti.

Ma anche se ciò avvenisse “adesso” (e ne dubitiamo fortemente), in ogni caso resterebbero le scoperture per almeno due anni ancora.

Nell’immediato, dunque, riteniamo che il Ministro della Giustizia possa farsi carico di iniziative legislative tendenti, per esempio, alla attenuazione del vincolo territoriale oggi previsto per il passaggio di funzioni, nonché allo stanziamento di incentivi economici per le applicazioni extraterritoriali, sia da parte di pubblici ministeri che, soprattutto, da parte di giudicanti.

Per quanto,poi, riguarda il CSM, potrebbe essere utile da una parte far ricorso ad un sostanzioso ricorso allo strumento delle applicazioni, accompagnate da quegli incentivi economici legislativamente previsti di cui sopra; dall’altra alla individuazione di un sistema di incentivi di carriera per i tramutamenti nelle sedi scoperte.

Inoltre, il CSM potrebbe cogliere l’occasione per rivedere la sua politica complessiva sui cd.”fuori ruolo”. Il numero dei magistrati impegnati in ruoli “diversi” dal giudiziario è divenuto irrazionale, improduttivo per il sistema, e, per certi versi, imbarazzante! 

La nomina dei dirigenti.

Non c’è dubbio, poi, che la riforma ha avuto ripercussioni sul sistema della nomina dei nuovi dirigenti degli uffici giudiziari.

Il CSM  si è trovato di fronte alla necessità di applicare immediatamente la nuova normativa, facendo fronte, da una parte alla traumaticità del meccanismo delle decadenze, che ha investito quasi tutti gli uffici giudiziari italiani, e dall’altra all’esigenza di ricercare l’uomo giusto per il posto giusto, sulla scorta del materiale conoscitivo a disposizione, tutto orientato secondo le direttive del precedente ordinamento.

Tutto ciò ha comportato, all’evidenza, una dilatazione della discrezionalità consiliare, alla quale non poteva non corrispondere una aumentata assunzione di responsabilità politico-istituzionale.

Il lavoro fin qui svolto è stato senza dubbio positivo, soprattutto per il ruolo svolto da Unità per la Costituzione, che, attraverso una lettura costituzionalmente orientata delle norme, ha proposto un modello di dirigente valutato secondo merito ed adeguato alle circostanze.

Credo che su questo terreno sia stato dato un segnale significativo nel percorso di autoriforma, che pure compete alla magistratura ed al suo organo di governo autonomo.

 

Il “correntismo”

Il tema dei direttivi ci porta direttamente ad affrontare una delle questioni che si sono poste negli ultimi tempi, cioè quella sul ruolo delle correnti.

Sull’argomento, invero, è stata offerta una lettura molte volte superficiale, spesso qualunquista e strumentale.

E’ sembrato, quasi, che anche il solo pronunciare la parola “corrente” fosse in ogni caso sconveniente, tanto da ingenerare spesso all’interno dello stesso ambiente della magistratura una sorta di vergogna, come se si avesse qualcosa da nascondere a da farsi perdonare.

Temo fortemente che anche tutto ciò rientri in un contesto più generale del Paese, che, come dicevo prima, dimostra una crescente insofferenza per tutto ciò che riguarda le forme di organizzazione del pensiero.

Questo fenomeno, che addirittura tende a limitare il ruolo dei partiti politici, che pure dovrebbero costituire le forme migliori di luogo di elaborazione culturale e di proposta politica in una democrazia avanzata, non può non interessare anche il dibattito culturale relativo alla magistratura.

Da qui un approccio a dir poco di insofferenza versi il sistema delle “correnti”, che pure ha svolto un ruolo di crescita culturale in magistratura, favorendo l’evoluzione giurisprudenziale nel corso degli anni.

Anche sull’argomento occorre la massima chiarezza.

Il “pensiero organizzato”, la esistenza di “aree culturali” in magistratura è per noi essenziale.

Rivendichiamo il diritto di libertà di associazione dei magistrati italiani, nonché l’organizzazione del pensiero organizzato in gruppi, come centri di elaborazione  culturale e di confronto, funzionali alla partecipazione consapevole, responsabile e trasparente al governo autonomo della Magistratura.

Per i magistrati italiani sono fondamentali gli spazi di riflessione collettiva sull’efficienza del servizio giustizia e sulla ragionevole durata dei processi, sulla tutela dei diritti come sul contrasto alla illegalità diffusa.

Ciò che è inaccettabile, e ne siamo noi per primi consapevoli, è il fenomeno degenaritivo del sistema, tendente a favorire la logica di potere e gli interessi personali o di settore.

Inaccettabile è il cd. correntismo deteriore, che si sovrappone fino a confondersi con pericolose forme di “lobbismo”.

Questo ci sembra il punto fondamentale: l’esaltazione dell’appartenenza, la tutela del “sodale” o dell”affiliato” è  operazione di “lobby” che va rifiutata con nettezza, senza riserve, perché non può avere cittadinanza in una Magistratura libera, indipendente, autonoma, che deve essere al servizio di ideali e valori che interessano la collettività e la convivenza democratica.

Il “pensiero organizzato” in Magistratura è, per converso, proprio lo strumento più efficace per sterilizzare le continue tentazioni di derive “lobbistiche”.

In altri termini, il correntismo deteriore si combatte facendo “corrente”!

La identità culturale dei magistrati è un valore nobile ed alto, e va affermato e difeso con energia!

In questo senso  riteniamo attuale e moderno il messaggio relativo al nostro “pluralismo ideale” di cui al documento fondativo di Unità per la Costituzione.

 

Il non collateralismo

Così il rifiuto di schieramento sta caratterizzando sempre di più  il nostro “non collateralismo”, che pratichiamo in concreto  come reale, affettiva distanza da ogni centro di potere esterno alla magistratura.

Ciò non vuol dire, ovviamente, separatezza, bensì consapevolezza delle diversità di ruolo, della politica in particolare.

Ribadiamo ancora una volta la nostra ferma convinzione che alla Politica compete il primato delle scelte dei valori meritevoli di diventare diritti, e che alla Giurisdizione  appartiene il compito di applicare, attraverso l’interpretazione, le norme che quei valori riproducono.

Sull’argomento, per esempio, da tempo sosteniamo che i magistrati possano entrare in “politica”, nell’esercizio, ovviamente, di un diritto legittimo e costituzionalmente garantito.

Tuttavia, sempre più riteniamo che tale scelta debba essere irreversibile.

La diversità di ruolo è sostanziale e non può continuare a creare “confusione” nei cittadini, che hanno diritto ad una giustizia esercitata da un magistrato che sia ed appaia “terzo”.

 

Unità per la Costituzione ed ANM

Questo spirito ha caratterizzato l’impegno di Unità per la Costituzione nell’Associazione Nazionale Magistrati.

Nel rispetto di tutte le identità culturali, che consideriamo come fattore essenziale di crescita per l’indipendente esercizio della giurisdizione, abbiamo abbandonato la tradizione dell’unità associativa a tutti i costi.

Siamo convinti, infatti, che l’unità non debba diventare confuso unanimismo, ma che debba essere costruito attraverso un percorso condiviso su contenuti e programmi coerenti.

Di ciò ci siamo definitivamente persuasi dopo l’ultima esperienza di Giunta unitaria in occasione del varo della riforma dell’Ordinamento Giudiziario, quando, pur rivestendo ruoli di massima responsabilità, abbiamo apertamente assunto posizioni di inequivocabile dissenso per l’intervento legislativo, risultando, peraltro, facili profeti per le ricadute negative che ne sarebbero derivate.

Oggi partecipiamo in maniera convinta ad un Giunta maggioritaria dell’ANM, che abbiamo fortemente voluto e della quale condividiamo senza riserve l’impegno per la realizzazione di un programma serio, su contenuti  che privilegiano  i temi forti della difesa dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura, con una visione dell’associazionismo non arroccato  in  un’ottica prevalentemente “sindacale”.

Condizioni di lavoro

A tal proposito, ci poniamo responsabilmente di fronte alla preoccupante crisi di efficienza e di funzionalità che investe in pieno il sistema giudiziario italiano, con effetti negativi sulla credibilità della giustizia nel suo complesso e dei singoli magistrati, frequentemente addidati all’opinione pubblica come unici responsabili delle palesi disfunzioni del sistema.

Così come ci poniamo responsabilmente di fronte al sentimento, sempre più diffuso tra i magistrati, di demotivazione e di timore che il cattivo funzionamento della giustizia comporti ripercussioni negative, per ritardi oggettivi, sia in sede disciplinare che nell’ambito delle valutazioni di professionalità.

 

Riteniamo che la risposta di una magistratura moderna e responsabile debba passare attraverso un percorso che tenga conto della peculiarità “costituzionale” della funzione giurisdizionale, e che non fornisca all’opinione pubblica la fallace immagine di una magistratura meramente difensiva e disinteressata alle sorti del sistema giudiziario e del cittadino.

Una risposta che passi attraverso una forte assunzione di responsabilità dei dirigenti degli uffici giudiziari, del Ministro della Giustizia, del CSM e della magistratura associata.

Ed a tal proposito, dobbiamo dare atto all’organo del Governo autonomo della Magistratura di aver in concreto dato prova di una nuova sensibilità istituzionale e di una forte capacità di orientamento, attraverso l’istituzione del Gruppo di lavoro per la definizione degli “standard medi di produttività” e della recente istituzione della Struttura Tecnica Organizzativa, indispensabile per la individuazione dei più efficaci rimedi e delle più corrette modalità di eliminazione del sovraccarico negli uffici giudiziari.

 

La “riforma” del CSM

Uno spunto, infine, sul tema della ventilata  riforma del CSM.

Siamo nettamente contrari a “manipolazioni” dell’assetto costituzionale della magistratura italiana e dell’attuale composizione del CSM.

 Ogni proposta volta a discutere l’assetto dell’organo di governo autonomo dovrà essere considerata esclusivamente nell’ottica di un miglioramento della professionalità dei magistrati italiani e non già in funzione di un asservimento della giurisdizione a logiche partitiche ovvero all’adozione di meccanismi casuali di selezione e culturalmente aleatori ed improbabili.

Riteniamo che non si possa, in particolare, pensare di rideterminare la proporzione nella  presenza dei componenti  laici e togati.

Alla luce della esperienza che ha accompagnato  la vita degli ultimi CSM, dopo l’avvento del sistema politico bipolare, la presenza dei componenti “laici” è stata sempre più caratterizzata dalla logica politica imposta dalla “maglietta di appartenenza”, con inevitabili ricadute sulle radicalizzazione delle posizioni.

A nessuno può sfuggire che aumentare la presenza proporzionale dei laici nel CSM significherebbe solo aumentarne il tasso di “politicizzazione”, che invece, strumentalmente, si dice di voler ridurre.

Siamo ben consapevoli del fatto che, oggi, alla luce soprattutto del nuovo ordinamento, si pongono problemi di funzionamento della sezione disciplinare in una linea di demarcazione tra la funzione giurisdizionale e  quelle di attività di amministrazione consiliare.

Ma il problema può essere affrontato senza interventi sull’assetto costituzionale, bensì attraverso meccanismi di elezione dei componenti, magari elevandone il numero, che possano, in concreto, consentire la costituzione di “collegi” disciplinari che non siano di intralcio per il normale svolgimento dell’attività di amministrazione.

 

 

Conclusioni

Queste riflessioni, pur non esaurendo tutti i temi altrettanto importanti che interessano il pianeta giustizia, vogliono esprimere la carta d’identità di una “area culturale” che rappressenta magistrati fortemente legati ai valori costituzionali del ruolo, fermamente convinti del loro messaggio di attualità.

Un’area culturale che vuole affrontare le sfide della “modernità”, attraverso il  rifiuto di ogni forma di collateralismo, con la forza di un pensiero “libero” e non condizionato dalla logica di schieramento, nell’assoluta convinzione di interpretare un ruolo essenziale per le sorti democratiche di questo Paese.

 

Siracusa, 15 maggio 2009.                  

 

Il Segretario Generale

                                                                  Marcello Matera