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Intervento congresso unicost
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Intervento congresso unicost

 

1.

Buonasera a tutti sono Raffaele Tuccillo, uditore giudiziario presso la Corte d’Appello di Roma, in procinto di prendere le funzioni presso il Tribunale di Latina.

Nel confrontarmi con i colleghi sull’originalità del contributo che noi uditori entrati in magistratura da poco più di un anno possiamo fornire al Congresso Nazionale di Unità per la Costituzione, ritengo che due profili meritino di essere sottolineati in modo particolare.

Da un lato, sicuramente noi uditori siamo parte integrante del sistema giustizia. Tuttavia siamo appena entrati in magistratura e, quindi, guardiamo l’intero sistema come degli osservatori esterni, con la conseguenza che risaltano forse con più evidenza alcune disfunzioni ed alcuni aspetti positivi del sistema giudiziario.

Dall’altro lato, il nostro contributo presenta una specifica originalità anche nell’evidenziare quelli che sono i problemi che ci siamo trovati ad affrontare appena entrati in magistratura. Sul punto è quasi superfluo sottolineare che l’uditorato è uno dei momenti più delicati ed importanti nella formazione del magistrato.

A questo proposito, mi preme svolgere una considerazione di carattere preliminare, in quanto troppo spesso viene evidenziato il disinteresse dei giovani magistrati sui problemi della giustizia. Noi giovani magistrati abbiamo tutto l’interesse e il desiderio al confronto serio, concreto e propositivo su tali tematiche, soprattutto quelle riguardanti l’organizzazione del sistema giustizia. Non a caso mi sembra opportuno evidenziare che noi uditori romani, prima della scelta della sede, abbiamo predisposto un documento inviato alla Giunta Esecutiva dell’Associazione Nazionale Magistrati, sottoscritto da oltre 60 di noi, in cui abbiamo posto all’attenzione dell’Associazione il nostro punto di vista in merito a talune problematiche che ci interessavano in modo particolare, non ultimo il divieto per i MOT di svolgere funzioni requirenti e penali monocratiche.

 

 

2.

Diversi sono stati gli aspetti positivi che abbiamo potuto riscontrare nel nostro approccio alla magistratura sia sotto il profilo organizzativo che formativo.

In primo luogo, non si può non sottolineare l’importanza che per noi ha avuto l’incontro con il Presidente della Repubblica ed i suoi costanti riferimenti alla soggezione solo alla legge che deve caratterizzare il nostro operato.

La varietà del tirocinio in un Tribunale grande come Roma ci ha consentito di frequentare numerosi uffici ed analizzare metodi di lavoro anche molto diversi tra loro, dando la possibilità di trarre elementi formativi che saranno utilissimi nella futura professione, ciò anche per la grande attenzione che viene dedicata alla nostra formazione sia da parte degli organi a ciò adibiti sia da parte dei singoli affidatari. Tale interesse dimostra in modo evidente le notevoli aspettative che il sistema ripone nelle nuove leve.

 

È opportuno, tuttavia, evidenziare che numerose sono le disfunzioni del sistema di organizzazione e gestione dell’uditorato.

È da porre in risalto l’esigenza di un momento centralizzato di formazione, peraltro da non limitare alla sola fase iniziale del tirocinio e che non si esaurisca nella sola attività di formazione. In effetti siamo ben consapevoli che il vigente ordinamento giudiziario ha previsto la Scuola Superiore della Magistratura, ma, a prescindere dalle problematiche ad essa connesse, riteniamo che uno degli obiettivi fondamentali di un sistema così organizzato debba essere quello di individuare e diffondere a livello nazionale le “pratiche virtuose” e i migliori modelli organizzativi, già elaborati a livello locale.

Inoltre, occorre sottolineare l’ingiustificata mancanza di trasparenza che ha caratterizzato la scelta delle sedi. Nel 2009, il fatto che i magistrati di futura nomina debbano girare per le varie sedi per conoscere notizie sulla propria futura vita (almeno 10 anni), sembra una circostanza al di fuori della realtà. Mi rendo conto che forse organizzare un servizio centralizzato ed informatico di gestione dei dati riguardante i vari tribunali, con indicazione dei posti vacanti, della funzione e della sede, distaccata o meno, non sia agevolissimo neanche nel 2009, tuttavia, il prevedere una data di scadenza dei concorsi interni successiva alla nostra scelta delle sedi sembra realmente un dato privo di alcuna seria giustificazione razionale.

 

 

3.

Un problema che, tuttavia, ci tocca da vicino e sul quale vogliamo concentrare questo intervento è quello della disuguaglianza e della sproporzione dei carichi di lavoro tra i vari uffici. Tale situazione è emersa in modo chiaro dal semplice svolgimento del tirocinio, ma è emersa in modo ancora più evidente confrontando i carichi di lavoro ed i ruoli che aspettano i magistrati di prima nomina nei vari uffici giudiziari. A questo proposito è facile costatare che in diversi tribunali italiani non solo del Sud Italia, ma anche del Centro e del Nord, sussistono delle situazioni neanche lontanamente paragonabili a quella romana.

A questo proposito, mi sembra opportuno richiamare il documento relativo alla “Richiesta di determinazione del carico di lavoro sostenibile” consegnata al C.S.M. – Settima Commissione – ed all’ANM e sottoscritta da numerosi magistrati dei distretti di corte d’appello di Catania, Caltanissetta, Messina e Bari, cui ha fatto opportunamente riferimento il coordinatore dei lavori Mariano Sciacca nel corso del XXIX Congresso Nazionale dell’ANM tenutosi a Roma dal 6-8 giugno. In tale documento, si individua quello che dovrebbe essere ritenuto il giusto carico di lavoro sostenibile per il singolo giudice indicando dei numeri che non superano in ogni caso 500 cause sul ruolo.

Dunque, come ho detto in apertura del mio intervento, mi accingo a diventare Giudice del Tribunale di Latina, dove svolgerò funzioni civili con un ruolo di contenzioso ordinario civile di circa 1700 cause e un ulteriore ruolo di esecuzioni immobiliari di circa 800 cause. Allo stesso modo, alcuni miei colleghi che andranno a Nola si troveranno un ruolo di circa 1700 cause e a Nola sezione lavoro ci sono 3000 cause di sola previdenza. La situazione pugliese, abruzzese e veneta è altrettanto complicata, anche se occorre distinguere in relazione ai singoli tribunali.

Al contrario, in altri uffici giudiziari anche assegnati ad altri colleghi uditori, i carichi di lavoro sono anche inferiori alle 500 cause.

 

Allo stesso modo, la querelle relativa alla determinazione del c.d. “carico di lavoro sostenibile” e ad i suoi risvolti in termini di limite per la responsabilità professionale del giudice, pur essendo al centro del dibattito associativo e pur costituendo senz’altro una proposta sulla quale riflettere e lavorare, anche in via urgente, non mi sembra che sia diretta alla soluzione del problema. Il nodo della questione, il problema da risolvere è costituito, ripeto, dalla sproporzione dei carichi lavorativi tra i vari uffici e dalla carenza di risorse. L’individuazione del carico di lavoro sostenibile ha senza dubbio un effetto, cioè quello di limitare la responsabilità disciplinare del magistrato, ma non risolve il problema della sproporzione e disomogeneità dei carichi.

 

La sproporzione determina un effetto evidente, cioè un’errata allocazione delle risorse, che si ripercuote in termini negativi sul buon andamento e l’efficienza del sistema giustizia. Quali sono quindi gli effetti immediati di tale sproporzione: le risorse, in termini di personale e mezzi, sono ripartite tra gli uffici giudiziari in modo non conforme alle esigenze di giustizia dei cittadini; la qualità del lavoro negli uffici particolarmente carichi ne risente sotto un duplice profilo, qualità dei provvedimenti e tempi della decisione. L’effetto immediato è ovviamente quello di accrescere la sfiducia del cittadino nella magistratura ed occorre sempre ricordare che la tutela del cittadino, della persona che richiede un intervento giudiziario è sempre il centro del sistema ed il fine ultimo delle correzioni che bisogna apportare al sistema giustizia.

 

Ovviamente non è l’unico problema che caratterizza il sistema giudiziario italiano ed è altrettanto ovvio che la carenza di risorse costituisca un problema costante nell’organizzazione della giustizia. Però proprio la scarsezza di risorse deve costituire un incentivo all’ottimizzazione delle stesse e ad una loro gestione in termini efficientistici.

 

 

4.

Nell’affrontare tali problematiche ci sembra opportuno ricordare due concetti che dovrebbero guidare l’operato dell’associazione nazionale e di Unità per la Costituzione in modo particolare: pragmatismo e responsabilità. (è stato questo il tema che ha caratterizzato il XXIX Congresso Nazionale dell’ANM “un progetto per la giustizia”)  

 

Il problema cui abbiamo accennato è quello della disomogeneità tra carichi, la soluzione è, quindi, di renderli omogenei ed impiegare le risorse in modo razionale e proporzionato alle esigenze di giustizia.

 

A questo punto, le modalità operative, secondo la nostra opinione devono articolarsi verso una duplice direzione: l’organizzazione degli uffici giudiziari e l’ufficio unico del giudice o, meglio, l’ufficio per il giusto processo[1]. A proposito del giusto processo se è vero che bisogna garantire in primo luogo il cittadino, è altrettanto vero che le formalità superflue e non idonee a determinare un risultato concreto e positivo in termini di diritto di difesa, devono essere eliminate. Più in generale, il criterio della scarsità delle risorse e l’ottimizzazione delle stesse deve costituire un parametro cui fare costantemente riferimento nell’individuazione delle riforme necessarie al sistema giustizia (così l’arcaico sistema delle notificazioni).  

 

In relazione al primo profilo, cioè all’organizzazione degli uffici giudiziari, assume un ruolo preminente e centrale un tema spesso affrontato nei dibattiti associativi. Mi riferisco all’esigenza di rivisitazione delle circoscrizioni degli uffici giudiziari e delle piante organiche. In particolare, per le piante organiche è necessario, fin da subito, non solo razionalizzarle e, quindi, riformarle, ma soprattutto stabilire un criterio ed un meccanismo di adeguamento periodico in relazione alle esigenze della giustizia in un dato tribunale (ancora ridurre gli uffici del Giudice di pace e accorpare i piccoli tribunali, tralasciando improduttivi campanilismi che hanno portato a questa situazione, non tralasciando di operare anche sui grandi Tribunali). Tutti questi interventi dovrebbero essere volti all’individuazione di un dato dimensionale ottimale per una corretta ed efficiente gestione delle risorse ed un’adeguata e rapida risposta alla domanda di giustizia.

Allo stesso modo, sempre per quanto concerne il profilo organizzativo, un altro elemento di fondamentale importanza e che consente di accrescere l’efficienza, la fluidità e la qualità del lavoro è la specializzazione del lavoro stesso. Anche la specializzazione garantisce un notevole incremento dell’efficienza e della qualità del lavoro, consentendo di ottimizzare le risorse purtroppo scarse a nostra disposizione. Oggi purtroppo la possibilità della specializzazione del lavoro è soggetta a due grosse limitazioni: 1) può essere attuata solo dai Presidenti dei Tribunali tramite una modifica delle tabelle; 2) non può evidentemente essere attuata in tutti i tribunali che non superano la necessaria soglia dimensionale

 

Allo stesso modo, per quanto riguarda l’ufficio del giusto processo non può non rilevarsi come un supporto logistico all’attività del singolo magistrato non possa che garantire numerosi vantaggi per il lavoro del giudice e, quindi, ben vengano convenzioni con università o anche tramite la scuola della magistratura o con altre istituzioni specializzate che possano garantire un aiuto anche tecnico-giuridico al giudice, senza la necessità di particolari impegni finanziari (in via sperimentale nel Tribunale di Roma si sta muovendo qualcosa sotto questo profilo).

 

 

Tuttavia, allo stesso modo ed in parallelo bisogna operare anche sul piano della responsabilità complementare a quello dell’efficienza. Ben vengano le valutazioni quadriennali che abbiano ad oggetto sia la quantità che la qualità dei provvedimenti e dell’organizzazione del singolo giudice, il che ovviamente è attuabile in modo credibile solo in presenza di un carico di lavoro gestibile ed in uffici ben organizzati. Ben vengano quindi verifiche delle competenze tecniche dei giudici ed obblighi di aggiornamento ed è un bene che il concorso di magistratura sia così difficile e complesso, anzi potrebbe essere ancora più selettivo e difficile.

Anche se il solo concorso non basta occorrendo al contempo l’esigenza di una verifica effettiva e continua della preparazione e delle capacità del magistrato.

Tuttavia, il sistema valutativo attuale focalizza il giudizio in base al raggiungimento di uno standard minimo. Sarebbe opportuno che il momento valutativo garantisse la duplice esigenza di:

-          porre in risalto le specifiche qualità del singolo magistrato, soprattutto nell’ottica del suo percorso professionale e;

-          di diffondere, mediante un opportuno collegamento degli organi di valutazione con l’istituzione di formazione centralizzata a cui sopra si è fatto riferimento, quelle “pratiche virtuose” del singolo magistrato che siano state evidenziate nella fase valutativa.

 

 

Secondo noi, un sistema ben funzionante e con una solida ed efficiente organizzazione alle spalle è in grado di autocorreggersi e di far risaltare anche i meriti dei singoli magistrati, nell’ottica del percorso di carriera del magistrato che deve tenere conto delle attitudini e delle capacità dimostrate sul campo (su un criterio meritocratico). Al contrario, un sistema che non funziona non agevola i cittadini né i giudici che lavorano. Senza dimenticare che l’efficienza è il presupposto necessario e imprescindibile per una giustizia effettiva.

 

 

5.

In ogni caso, è opportuno sottolineare un ultimo profilo, che secondo noi merita comunque di essere accennato. L’ANM non è il “sindacato delle toghe” come dispregiativamente viene spesso indicato dai mass media, tuttavia, deve anche svolgere delle funzioni sindacali.

Lo stipendio dei magistrati, specie giovani, è basso e rende meno attraente il concorso di magistratura a giovani laureati che preferiscono seguire altre strade che attribuiscono una gratificazione economica maggiore e più rapida (ciò è stato osservato con prese di posizioni ufficiali anche dall’organizzazione europea, sottolineando che la gravissima crisi del livello retributivo dei magistrati non ha un significato solo economico, ma è spesso stato utilizzato come uno strumento politico per esercitare una forma di pressione sull’indipendenza e l’autonomia dei magistrati; questione, quindi, legata ad uno status del magistrato costituzionalmente garantito che non può essere in alcun modo neanche economicamente condizionabile). Non dimentichiamoci che ormai si diventa magistrati almeno a 30 anni (il corso di laurea in giurisprudenza è diventato di 5 anni ed è necessario aver conseguito il diploma di scuola di specializzazione per poter accedere al concorso, il che significa che ci si può iscrivere al concorso, se si è fortunati a non meno di 25 anni, a ciò bisogna aggiungere gli ormai 3 anni necessari per lo svolgimento del concorso stesso) e non a 23-25 come succedeva prima.

Ma se questo discorso ha una notevole importanza anche in considerazione dell’ingiustificata disparità con la magistratura amministrativa e dello sproporzionato rapporto tra responsabilità e retribuzione che non trova situazioni comparabili in tutto il settore pubblico, il problema previdenziale presenta per noi giovani magistrati ancora maggiore rilievo e, quindi, operare anche sotto questo profilo è un’esigenza non più procrastinabile secondo la nostra opinione e sulla quale mi auguro che Unicost prema e spinga l’Anm (innalzamento dell’età media di accesso e modifica del sistema pensionistico).

Peraltro, su questo fronte, costituisce un elemento negativo la tripartizione del nostro trattamento retributivo, stante la mancanza di un’attuale giustificazione della tripartizione delle voci di quello che deve essere considerato in modo unitario come autentica retribuzione, anche ai fini previdenziali.

Infine, sembra quasi superfluo ribadire ed esternare anche in tale sede la nostra opinione nettamente contraria al divieto per i MOT di svolgere funzioni requirenti o monocratiche penali, come tra l’altro ha nettamente affermato anche l’attuale Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, in occasione della “Giornata Nazionale per la Giustizia” tenutasi a Roma il 5.5.2009 ed ha  ribadito in occasione di questo Congresso, il rappresentante locale di Confindustria.       



[1] Mi preme ricordare un’altra incredibile disfunzione del sistema: il casellario giudiziale è basato sui nominativi delle persone e non sul CUI, creando problemi incredibili per individuare gli autori dei reati, specie se stranieri e specie, ma non solo, in sede di direttissima.

 
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